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Stalking: un carillon steccato stonato scordato…atono!

La percezione delle percosse ricevute dalle donne vittime dello stalking non è mai data una volta per tutte, per certa: chi subisce solitamente non prova nulla; o, per meglio dire,non prova più nulla. È un paradosso difficilmente spiegabile e sopportabile, ma la convivenza con un similedoloroso paradossoè d’obbligo in certi casi. La vittima rassicurata dal suo stalker di essere al sicuro e protetta da lui, fra le braccia del suo aguzzino, vive cioè sopravvive a se stessa, dibattendosi fra unodi et amo malsano, in un limbo amorfo,dopo un’angosciante risalita, solitamente per i capelli, dall’inferno. La figura dello stalker, statisticamente parlando, proviene dalle classi sociali più disagiate, solo che, alla luce della recente crisi internazionale che ha messo in ginocchio anche l’occupazione maschile, ferendo nell’orgoglio l’uomo italiano,sempre più svirilizzato, ha allargato sensibilmente la forbice della categoria sociale “interessata”. La crudezza dei dati stride sensibilmente con la violenza fisica verbale, la brutalizzazione dell’essere umano, solo che nell’approcciare un fenomeno sempre più diffuso è impensabile prescinderne. Ma non è questo il punto.

Fermo restando che non ci sono attenuanti di sorta, ma solo spazio per un’aggravante che pesa o meglio dovrebbe pesare sulla coscienza dell’orco, che solitamente non ha, perché l’ha chiusa in cantina o in soffitta, scegliete voi, con la sua vittima preferita: la propria ragazza,assumere unainiziale posizione di sbieco laterale per parlare del problema assillante ansiogeno dello stalking, porta con sé come principio basilaree umano quello di entrarenella stanza della vittima, affacciandosi in punta di piedi, a osservare con estrema delicatezza i segni di una ferocia immotivata. Dove non c’è remissione dei loro peccati, né voglia di generalizzazione, né tanto meno una sorta di giustificazione sociale in vista di un’improbabile attenuante, ma solo, tutt’al più, la presa d’atto di un’aggravante efferata.

Perché il segnale si fasempre più allarmante di una debolezza maschile che confliggein primis sensibilmente con il proprio ruolo atavico tradizionale (minacciato da più parti da una società che regredisce a vista d’occhio), e poisi staglia e scagliaversusl’altra metà “rosa” del cielo. Un autentico misfatto, sempre più dipinto del colore della cronaca nera.Fare il punto della situazione non è una questione di giustizia di genere, ma diviene una necessità parlarne.Viene da chiedersi dov’è l’emancipazione sociale e lo spirito indomito vivace delle donne moderne e libere, quando si lasciano sopraffare moralmente psicologicamente, da questi bruti privi di coscienza, fino all’annientamento fisico e totale di sé, come avviene, purtroppo,nel peggiore dei casi? Anche qui nessun dato sociologico può soccorrerci, venirci in aiuto, perché non chiarisce il perché le donne accettino per amore tale e tanto odio. È un do ut des che non trova pace.

Impensabile poi pareggiare i contiper tali forze impari, schierate sul campo.L’arrendevolezza e la mancanza di autostima personale possono solo raccontare una piccolissima zona d’ombra di questi amori al veleno, in cui il ruolo della donna è esattamente quello dell’ombra. Mentre non sono più nemmeno l’ombra di se stesse edi ciò che sono state. Ombre confuse che si dibattono come anime in pena dietro un silenzio corrusco e infame che si chiama: stalking. Ma nulla ci dice effettivamente del meccanismo che si inceppa nella testa e nell’immaginario della vittima dello stalking, e non permette più all’ingranaggio della “macchina umana” di fluire… Provando a tirare la somma delle motivazione che tali brutture e vessazioni attivano nell’inconscio femminile, innescando in primo luogo la leva di una indubbia propensione al masochismo, queste principesse prigioniere dell’orco, che nessun bacio potrà mai trasformare in principe azzurro, dolenti nel corpo e nell’anima, come farfalle bianche a cui hanno tarpato e bruciato le ali, attendono nel labirinto del tempo senza uscita una luce; vivendo il tempo di un altro, fuori di sé.

Risalta un’educazione sentimentale errata, ricevuta fin da bambine da parte di modelli educativi frustranti scomodi e retrogradi, che una volta insinuatisi sotto la pelle, sono come un marchio un lascito esistenziale impresso a fuoco sulla pelle, permettendo una sopportazione altrimenti impensabile inspiegabile. L’assuefazione al male non è mai troppa?Una tale situazione di disagio femminile, di sottomissione sempre e comunque vuoi alle leggi silenti  asfittiche della famiglia e dell’ambiente d’origine, vuoi a una realtà economica che rifiuta in nuce un modello e un ruolo femminile emancipato e indipendente e perciò stesso forte, racconta molto dell’assenza di collera nei confronti poi dei compagni attuali.

E dell’impossibilità di scrollarseli di dosso anche una volta fuori da quel mondo immondo. Ma anche questo pseudo spaccato socialeal femminile, che in parte e solo in parte potrebbe raccontarci dell’arrendevolezza remissiva della vittima designata, deve essere preso con le pinze, cioè con la dovuta cautela.Poiché l’abitudine a una vita sottomessa può solo prestare di striscio il fianco ai maltrattamenti ricevuti, mentre il vorticare dei casi che si succedono con sempre maggior frequenza e con esiti raccapriccianti che assurgono perfino al diritto di cronaca, rimandano a una casistica indiscriminata e peregrina.

E non spiega l’incredulità annichilente del rimanere immobili e sgomente di fronte alle minacce subite. “Come è possibile che alla prima che ti fanno non scappi via?” -verrebbe da chiederle con rabbia.Dicono che si resta attonite e come stordite dai maltrattamenti che piovono come proiettili da ogni parte,  fino a  rimane irretite – anche per il plagio verbale – in una rete a maglie sempre più strette, da cui è difficile spiccare il volo: le ali sono tarpate. Si vive un incubo a occhi aperti, occhi pesti,quasi sempre… e come, nel peggiore degli incubi, non riesci più a muoverti. Alle volte strisci a terra come un verme. Inerme. Per le sevizie. Forse riesci solo a fare strani giri su te stessa, quando puoi muoverti, e il corpo non è troppo ammaccato e l’anima non è troppo rappresa in quella zona d’ombra a cui tanto rassomigli, oramai.Mentre il mondo gira in tondo attorno a te, come se fossi su quelle giostrine di un parco giochi chiuso, solo che l’unica bambina rimasta chiusa lì dentro, segregata, sei Tu, e un vuoto irreale sinistrosi fa denso come una bruma mattutina caliginosa che ti cala sugli occhi e tu annaspi come nei peggiori incubi e una cappa ti opprime a comprimerti l’anima i sogni e i desideri e tu non sai più chi sei.

C’è un unico essere che si muove intorno a te, perfino dentro di te, ed è il macchinista della giostrina, il burattinaio, che fa ruotare tutto attorno a te, in un moto impietoso folleostinato, perché insensato e sempre uguale a se stesso. Ma a sentir bene s’ode una voce o forse due che si accavallano che urlano esi smorzano l’una nell’altra in un turbinio che spezza il fiato di preghiere e insulti e sputi, fino ad annullarsi in un urlo indistinto e perciò stesso atono: è il suono della disperazione, che a un certo punto si spegne in fondo all’anima, un’anima assopita, afona, che non ce l’ha fatta a rompere gli argini del suo isolamento.E il cuore rassomiglia a un carillon atono. S’è mai udito?! E non è la quiete dopo la tempesta di leopardiana memoria, no, è un vuoto senza fine, inconsolabile irrisarcibile per la vittima dello stalking. Perché ha vestito a lungo i panni di una bambola di pezza farneticante – quando non di una bomba ad orologeria pronta da far implodere a comando – che steccava come un carillon opaco caricato e incantato, cui bastava tirare la cordae a comando strepitava stonava scordava.

Era un cuore incantato da un sortilegio meschino.Non c’è chiave di lettura che tenga per capire l’inamovibilità che scatta dentro la vittima: sei attonita e nulla può succederti se resti ferma; sei ridotta a una preda, e la preda in quanto tale sa bene di essere un animale piccolo e indifeso e che il suo segugio è lì in agguato ed annusa tutti i tuoi movimenti, che sente come uno squalo la tua paura che lo eccita, per cui ogni passo falso può essere l’ultimo per lei. E allora non resta che il silenzio e il retrocedere entro un guscio che si chiama isolamento: e lostalker ha già segnato un altro punto, che si chiama però autogol.

(testo di Ausilia Guerrera) 

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