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Salute di genere, esperti a confronto

salute-e-benessereAll’Istituto Superiore di Sanità di Roma il convegno “La salute di genere: una proposta per il futuro”. Una stessa malattia che colpisce sia l’uomo che la donna può tuttavia presentare una sintomatologia, un decorso, una prognosi e una risposta farmacologica differenti. Questo, oggi si sa, perché l’uomo e la donna sono biologicamente diversi. Non si tratta più, come avveniva nei vecchi corsi di medicina, di studiare patologie esclusivamente ‘femminili’, che colpiscono cioè mammella, utero, ovaie, ma di andare oltre e prendere atto delle oggettive differenze esistenti tra i due sessi. A questo punta la medicina di genere, ormai universalmente riconosciuta come branca essenziale del sapere medico,  e considerata un vero e proprio obiettivo strategico di sanità pubblica per la tutela della salute di uomini e donne.

 “L’intenzione – afferma Stefano Vella, direttore del Dipartimento del Farmaco dell’ISS – è quella di creare un gruppo di lavoro sull’appropriatezza delle cure, che abbia un occhio attento alle problematiche di genere, e abbia il compito di contribuire sia alla ricerca di base che a quella clinica su questo argomento – in collaborazione con il Ministero della Salute, l’AIFA, l’Agenas e con le Regioni – ma anche quello di monitorare che le evidenze scientifiche e le direttive comunitarie in tema di salute della donna siano applicate su tutto il territorio nazionale, affinché il nostro sistema sanitario mantenga l’alto e universalmente riconosciuto grado di efficacia, efficienza ed equità”.

 La medicina di genere

In passato si riteneva che, fatte salve le evidenti differenze anatomiche, uomini e donne fossero sostanzialmente biologicamente uguali. Questo concetto è stato progressivamente demolito quando ci si è resi conto che – proprio a causa della erronea convinzione dell’equivalenza tra maschi e femmine – le cure che le donne ricevevano erano assolutamente inadeguate.

 Dal punto di vista farmaceutico, questo concetto è stato ufficialmente recepito a livello delle grandi agenzie regolatorie, l’FDA americana e l’EMA europea, che oggi prescrivono l’obbligatorietà di condurre studi clinici che includano sostanziali percentuali di donne affinchè un farmaco possa essere immesso sul mercato.

 Ma il problema non è soltanto limitato al fatto che i farmaci sono da sempre stati studiati principalmente sull’uomo (ovvio, è più semplice e meno costoso) e che quindi dosaggi, effetti collaterali e strategie terapeutiche sono nella realtà disegnati su persone con metabolismo diverso, con una diversa distribuzione della massa corporea, con una suscettibilità agli effetti collaterali totalmente diversa e con importanti differenze dal punto di vista ormonale.

 In realtà, ci si è progressivamente resi conto che molte malattie sono “segnate” da importantissime differenze biologiche e cliniche. Insomma, il problema delle diseguaglianze della salute femminile rispetto a quella dei maschi non è una “moda” come alcuni vogliono credere. E’ un problema reale che va molto al di là delle patologie classicamente “femminili”.  Purtroppo è vero che la medicina non se n’è mai occupata davvero, eppure si tratta di una “diversità” che interessa il 55% della popolazione mondiale.

 E’ evidente che molte malattie (come quelle reumatiche, quelle autoimmunitarie e quelle psichiatriche) colpiscono di più la donna, oppure si manifestano e hanno un decorso diverso rispetto alle stesse malattie nell’uomo (come quelle cardiovascolari). Quindi, innanzitutto è importante scoprire le cause e le differenze nei meccanismi patogenetici (da qui l’importanza anche della ricerca fondamentale e traslazionale), e poi lavorare sull’appropriatezza delle cure, cioè sul disegno di protocolli diagnostici e terapeutici personalizzati in funzione del genere.

Un esempio ormai “scolastico” è quello delle malattie cardiovascolari, che si presentano più tardivamente nella donna rispetto all’uomo (forse a causa della perdita dell’effetto protettivo degli estrogeni) ma la mortalità nelle donne è spropositatamente maggiore.

Ma certamente, uno degli aspetti più importanti della Medicina di Genere è quello che riguarda i farmaci. Le donne, anche per la loro longevità, sono le più alte consumatrici di farmaci. Il problema correlato più rilevante è l’impatto delle reazioni avverse, che sono più numerose e più frequenti nelle donne (sulle quali, come ricordato, i diversi farmaci son stati anche meno studiati, in particolare per quanto riguarda il dosaggio).

 Ma ancor più rilevante è il discorso relativo all’appropriatezza d’uso. Proprio perché la patogenesi delle stesse malattie nelle donne può essere diversa rispetto all’uomo, i farmaci non funzionano (o meglio la loro efficacia è diversa) nello stesso modo nell’uomo della donna. E’ il caso, ad esempio, dell’aspirina e delle statine, per le quali esiste una vastissima e recente letteratura. 

Un ultimo non secondario aspetto della medicina di genere è la capacità di accesso ai servizi. E’ ampiamente dimostrato che un disagio socio-economico riduce la probabilità di sottoporsi al pap test e alla mammografia. In altre parole, la donna è spesso svantaggiata nei confronti del SSN: arriva più tardi ai controlli, sottovaluta spesso i sintomi premonitori di malattia: in altre parole, da “caregiver” perché è questo spesso il ruolo della donna all’interno del nucleo familiare, non beneficia di altrettanta attenzione nei confronti del proprio stato di salute. Gli schemi riportati qui sotto descrivono quelle che sono le “barriere” di accesso ai servizi, e soprattutto i determinanti socio-economici di salute. Numerosi studi dimostrano, nel nord come nel sud del mondo, queste barriere siano più importanti per il sesso femminile. E’ uno degli interventi, anche di educazione e informazione, che il nostro SSN dovrebbe realizzare per ottenere una vera parità di genere.

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