Ricerca e università Terza età

Problemi di fegato e sonnolenza? Troppa ammoniaca nel sangue

Troppa ammoniaca nel sangue causa sonnolenza diurna e un sonno notturno di cattiva qualità, particolarmente nei pazienti affetti da cirrosi epatica.

Questi i risultati di uno studio internazionale pubblicato sull’ultimo numero della prestigiosa rivista «Hepatology» e condotto da un team di ricercatori dell’Università di Padova guidato dalla dottoressa Sara Montagnese e dell’Institute of Pharmacology and Toxicology di Zurigo in Svizzera.

I ricercatori hanno somministrato un carico di proteine capaci di aumentare i livelli di ammoniaca a dieci volontari sani e a dieci pazienti con cirrosi, misurandone i profili di ammoniemia, la sonnolenza, l’elettroencefalogramma di veglia e quello di sonno.

«Abbiamo verificato che elevati livelli di ammoniaca nel sangue, ovvero l’iperammoniemia – spiegala dottoressa Montagnese-, si associano a un significativo aumento della sonnolenza sia nei volontari sani sia nei pazienti con cirrosi. Nei pazienti compaiono inoltre modifiche nell’elettroencefalogramma durante il sonno, indice questo di una ridotta capacità di generare un sonno davvero ristoratore».

La malattia cronica di fegato può portare alla cirrosi, una condizione in cui il tessuto sano è sostituito da tessuto di tipo cicatriziale, con compromissione della funzionalità e del flusso di sangue attraverso il fegato. Tra le cause di cirrosi vi sono l’epatite virale, l’abuso di alcol e l’obesità.

Sono proprio questi malati a sviluppare l’iperammoniemia, data dall’insufficiente eliminazione da parte del fegato cirrotico di sostanze di origine intestinale, quali appunto l’ammoniaca. Elevati livelli di ammoniaca nei pazienti cirrotici possono inoltre dar luogo a disturbi neurologici e psichiatrici reversibili, noti come “encefalopatia epatica”. Questa si osserva spesso dopo un sanguinamento del tratto gastro-intestinale e può essere simulata per fini sperimentali di ricerca somministrando per via orale un carico di proteine simili a quelle contenute nel sangue.

«I risultati di questo studio – sottolinea la dottoressa Montagnese– presentano anche interessanti implicazioni cliniche, in quanto ci indicano la sonnolenza quale segnale di encefalopatia. Ecco che strategie terapeutiche volte a ridurre la sonnolenza diurna potrebbero determinare un miglioramento nella qualità del sonno notturno».

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