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Mattioli (Plus Onlus), ‘a volte sembra di essere rimasti agli anni ’90’

Milano, 23 ott. (Adnkronos Salute) – Un volto, scomposto in linee e forme geometriche, che piano piano riprende i lineamenti. Una donna che perde i suoi colori e li ritrova attraverso la terapia che le salva la vita: sono due delle 5 opere in realtà aumentata, composte da altrettanti artisti italiani, che rappresentano il virus dell’Hiv nei nostri anni, quelli della fine della paura incondizionata e alienante, ma comunque difficile da combattere e raccontare: fra timore della diagnosi, pregiudizio, l’inizio di una terapia da continuare per gli anni a venire e il raggiungimento di una migliore qualità di vita. E’ la mostra “Together we can stop the virus”, cuore della campagna di sensibilizzazione sull’Hiv di Gilead Sciences, in collaborazione con il collettivo Bepart, 10 associazioni di pazienti e il patrocinio di Icar (Italian Conference on Aods and Antiviral Research). L’esposizione è e visitabile gratuitamente fino al 27 ottobre, al Base di Milano.

Le 5 opere, alte circa 6 metri, si animano e prendono forma grazie alla tecnologia della realtà aumentata, che permette allo spettatore di attivarle attraverso l’utilizzo di smartphone e tablet. Immagini e animazioni sono state realizzate dagli artisti dopo aver compreso la vita dei pazienti affetti dalla malattia, parlandone con loro e confrontandosi con le tante associazioni che hanno collaborato al progetto. Nuovi linguaggi, nuove forme di comunicazione, cha possano scardinare e sostituire le vecchie campagne di informazione, colpevoli di aver posto l’attenzione sul tema in modo esagerato e negativo, colpevoli di aver alimentato quello stigma sociale che ancora oggi possiamo riscontrare nella vita di tuti i giorni.

“L’arte e le nuove tecnologie – afferma Giovanni Franchina, uno dei fondatori del collettivo Bepart – possono consentire approcci al messaggio differente e una diffusione trasversale. Nei primi anni ’90 le campagne associavano il virus al concetto di morte, il campionario di simboli che si è radicato nella cultura collettiva è difficile da sradicare. Quando è l’immagine a rappresentare un tema, bisogna scardinarla e sostituirla con delle nuove forme. Abbiamo cercato di farlo con una mostra innovativa, che potrà anche diventare itinerante grazie alla sua natura poliedrica, adattabile a più mezzi di comunicazione”.

“Il confronto con gli artisti è stato molto interessante. Soprattutto quello con un linguaggio nuovo e diverso – sottolinea Sandro Mattioli di Plus Onlus, associazione di persone Lgbt sieropositive – Siamo rimasti molto soddisfatti dalla realizzazione delle opere: affrontano le paure e le risolvono attraverso nuove prospettive di linguaggio. Le indicazioni grafiche e artistiche aiutano a capire come combattere lo stigma sociale. Il messaggio è molto efficace e spero che in futuro si possa seguire questa strada. Lo stigma oggi si manifesta in molte forme, purtroppo anche in ambito sanitario. Siamo rimasti agli anni ’90 sotto molti aspetti, a volte siamo ancora allontanati, persino dai medici”.

D’accordo con le associazioni dei pazienti anche gli artisti coinvolti nel progetto, colpiti dalla complessità del tema e dalle storie dei protagonisti. “Gli incontri sono stati esperienze emotivamente intense”, ha sottolineato Gabriele Genova, artista e illustratore. “Sentire le storie dei pazienti e vivere le loro difficoltà hanno sconvolto le nostre idee di partenza. Abbiamo cercato di essere messaggeri, per trasmettere esperienze importanti, che possano risvegliare le coscienze. Durante il percorso – aggiunge – mi sono accorto che partiamo spesso da pregiudizi o errori di pensiero, anche noi artisti lo abbiamo fatto. La guida di associazioni e attivisti ci ha aiutato molto, anche nelle critiche che ci hanno rivolto, per migliorare e realizzare le opere con più comprensione. Anche noi artisti abbiamo dovuto confrontarci con i pregiudizi”. La mostra è visibile anche online sul sito della campagna www.hivstopthevirus.it.

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