in

Le nuove frontiere di lotta all’Aids

Ogni anno in Italia si spendono 600 milioni di euro solamente in farmaci antiretrovirali

pobranePotrebbe essere una nuova generazione di anticorpi monoclonali la nuova frontiera terapeutica per sconfiggere l’Hiv, in un futuro neanche troppo lontano. Recenti ricerche pubblicate su prestigiose riviste scientifiche hanno infatti dimostrato – per il momento su esemplari di macaco – la capacità di questi anticorpi anti-Hiv, prodotti soltanto da alcuni pazienti infetti e per lo più tardivamente, non solo di attaccare direttamente il virus circolante neutralizzandolo, ma anche di attaccare ed eliminare le cellule già infette con meccanismi citotossici. Le prospettive terapeutiche che tali scoperte aprono sono duplici: quelle di una terapia combinata con i classici farmaci antiretrovirali ora in uso, che impediscono alle cellule non infette di essere attaccate dal virus (ma sono incapaci di neutralizzare il virus e di eliminare le cellule già infette) e quelle di rilanciare le ricerche su di un vaccino preventivo realmente efficace.

La cura dell’Aids sembra quindi sempre di più una prospettiva credibile e non lontana. In attesa che la sperimentazione cominci anche sui pazienti, il dato ad oggi assodato è che di Aids si muore meno e solo in caso di grave compromissione del sistema immunitario per una diagnosi tardiva, che comporta un intervento terapeutico non più capace di riparare un danno ormai irreversibile. In generale, con le adeguate terapie, l’infezione da Hiv è oggi compatibile con una lunga sopravvivenza in condizioni di relativa buona salute. Anzi, esistono terapie sempre più complete e semplificate che permettono ai sieropositivi di continuare tranquillamente la loro vita familiare, sociale e professionale.

Negli ultimi 20 anni i progressi della ricerca in questo settore hanno determinato il più elevato tasso di sopravvivenza rispetto ad altre patologie, quali quelle oncologiche, cardiovascolari o neurologiche, altrettanto gravi. Negli anni ’80 la mortalità per Aids conclamato, diffuso per lo più fra tossicodipendenti e omosessuali, era intorno al 90%, oggi è inferiore al 10%.

Pur tuttavia, l’infezione continua a diffondersi: il contagio è in aumento costante. Oggi l’infezione si trasmette in maniera silente anche fra fasce della popolazione inizialmente non toccate dall’epidemia, come gli eterosessuali con rapporti promiscui, di età media, o addirittura appartenenti alla terza età, grazie al nuovo impulso a una vita sessualmente attiva prodotto da alcuni farmaci in commercio da qualche anno. Tutte queste persone, però, proprio perché non sospettano assolutamente di aver contratto il virus, scoprono la loro sieropositività quasi sempre in fase avanzata di malattia, perché effettuano il test soltanto quando si ammalano. La scarsa diffusione del test Hiv è dovuta al fatto che la causa prima della trasmissione del virus restano i rapporti sessuali non protetti (86,3% di tutte le segnalazioni).

E’ questa peculiarità dell’infezione da Hiv – il fatto di essere una malattia sessualmente trasmissibile – a rendere ancora un tabù l’idea di sottoporsi al test di sieropositività. Questo pregiudizio sta generando però danni importanti, non solo in termini di spesa sanitaria ma anche di tutela della salute collettiva. Nella popolazione portatrice inconsapevole dell’infezione accade infatti che ciascuno agisca da ‘untore’, facendo moltiplicare i casi. Mentre la spesa sanitaria lievita. Oggi in Italia si spendono qualcosa come 1 miliardo e 200 milioni di euro per il trattamento complessivo di Hiv/Aids (esami ambulatoriali, ricoveri, farmaci) e, di questi, 600 milioni si spendono solamente in farmaci antiretrovirali. Un costo enorme per la sanità (si tratta di farmaci salvavita, pagati interamente dal servizio sanitario) che potrebbe essere ridotto sensibilmente con una efficace campagna di prevenzione, che preveda l’offerta del test a tutta la popolazione potenzialmente interessata, ossia le persone con una vita sessualmente attiva, che abbiano avuto anche in passato rapporti non protetti con partners diversi.

Su questo dovrebbe puntare una campagna di offerta del test efficace, che coinvolga i medici di medicina generale ed i pronto soccorso, cercando di fugare il più possibile il timore che accompagna l’attesa sull’esito del test, contrapponendovi il dato di fatto che le cure oggi disponibili sono sempre più efficaci e ormai in grado di cronicizzare la malattia.

Attualmente a Pisa, negli ambulatori dell’Unità operativa di Malattie infettive dell’Aoup, vengono seguiti circa 1000 pazienti, su una popolazione toscana sieropositiva intorno alle 5000 persone (in Italia sarebbero 120.000) con una percentuale di notifiche (riconoscimento e diagnosi di infezione) che supera il 19% (tre volte la media regionale, che si attesta sul 7,5% – dati Ars-Agenzia regionale sanità 2009-2011).

Proprio all’Hiv e all’epatite verrà dedicato il Focus 2013 nell’ambito dell’ottava edizione del corso avanzato di terapia antibiotica (“Come ottimizzare la terapia antibiotica ed antifungina delle infezioni difficili”), che continua, fino al 20 novembre, all’Hotel San Ranieri (via Mazzei, 2), organizzato come tutti gli anni dal dottor Francesco Menichetti, direttore dell’Unità operativa di Malattie infettive dell’Aoup. Il Focus sull’Hiv affronterà alcune delle tematiche più attuali e rilevanti nel trattamento dell’infezione da Hiv/Aids. 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

GIPHY App Key not set. Please check settings

Ecco perché i ragazzi odiano la verdura

Tumore del polmone: è sempre emergenza