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In futuro farmaci sempre più mirati per i pazienti

L’argomento al centro del Congresso Nazionale della Società Italiana di Farmacologia

farmacologia_1_La variabilità nella risposta a un trattamento farmacologico tra paziente e paziente costituisce uno dei problemi più rilevanti nella pratica clinica: si possono, infatti, osservare in alcuni soggetti, rispetto ad altri, effetti terapeutici ridotti, se non assenti, reazioni avverse variabili, nonostante sia stato somministrato lo stesso farmaco, con la stessa posologia.

Per questo motivo, da diversi anni, l’obiettivo della farmacologia moderna è, attraverso la farmacogenetica, quello di indirizzare le terapie esistenti verso quei pazienti che sono in grado di rispondere ad esse e sviluppare nuovi farmaci efficaci per gli altri pazienti.

Questo tema di grande attualità, è stato presentato dal professor Armando Genazzani, del Dipartimento di Scienze del Farmaco presso l’Università degli Studi del Piemonte Orientale, nel corso dei lavori della 36° Edizione del Congresso Nazionale della Società Italiana di Farmacologia, in programma a Torino dal 23 al 26 ottobre 2013 nel Centro Congressi del Lingotto. Il convegno è presieduto dal professor Pier Luigi Canonico, presidente SIF e professore ordinario di Farmacologia all’Università degli Studi del Piemonte Orientale.

Il fallimento di una terapia nei confronti di un paziente, riscontrato frequentemente nella pratica clinica – dichiara Genazzani – ha portato la comunità medico scientifica ad interrogarsi da un lato sulle cause di questo fenomeno, dall’altro sulle implicazioni di quest’ultimo sia per la necessità di riuscire a dare, comunque, una risposta ai bisogni disattesi dei pazienti, sia per gli aspetti farmaco-economici derivanti dal costo di trattamenti che non funzionano”.

Queste considerazioni, grazie alla nostra capacità di leggere il genoma in modo sempre più veloce ed economico – continua Genazzani – hanno portato alla conclusione che, parte delle differenze nella risposta ai trattamenti, fossero dovute al dna: sia quello del paziente che assume la terapia sia, se prendiamo come esempio le patologie oncologiche, quello delle cellule tumorali, estremamente instabile e soggetto a continue modifiche. La consapevolezza di avere come bersaglio le proteine mutate del dna e di fare un’ulteriore sottoclassificazione dei tipi di tumore, a seconda delle proprie mutazioni genetiche, ha portato la ricerca a comprendere che, se si riescono a individuare quali sono le mutazioni di un determinato tumore, possono essere somministrati farmaci indirizzati selettivamente per quelle stesse mutazioni a quei pazienti che sono maggiormente in grado di rispondere”.

In questo momento, sempre per quanto riguarda l’oncologia, le applicazioni più efficaci della medicina personalizzata, che riescono a colpire in modo selettivo la parte modificata di un dato tumore, riguardano vari tumori, quali quello renale, polmonare e il melanoma.

Ma oltre ai nuovi farmaci, ci sono altre categorie farmacologiche in uso da molti anni per patologie assai comuni come l’ipertensione, l’asma, i disturbi dell’umore, le cefalee, ecc., che sono efficaci per una gran parte dei pazienti, ma che, al contrario non lo sono per altri.

Noi sappiamo – aggiunge Genazzani – che ci sono differenti risposte da parte degli individui a seconda delle loro differenze genetiche, ma tutto questo non è ancora stato codificato nella pratica clinica. Attualmente, infatti, la scelta del farmaco giusto avviene attraverso una procedura per tentativi ed errori, nel senso che si incomincia con un farmaco e se questo non funziona si cambia prescrizione, fino a trovare il trattamento adatto per quella persona”.

Il ricorso all’esecuzione di opportuni test genetici metterebbe il medico nella condizione di stabilire subito quale farmaco funzionerà in quel particolare paziente e prescrivere tempestivamente terapie più efficaci.

La Società Italiana di Farmacologia – afferma Genazzani – segue molto da vicino queste tematiche, ha un proprio Gruppo di Lavoro coordinato oltre che dal sottoscritto, dal Professor Emilio Clementi e dal Professor Diego Fornasari e si occupa in modo specifico di diverse aree terapeutiche che vanno dalla terapia del dolore, alla neurologia, all’oncologia e alla terapia anti-virale”.

Per quanto mi riguarda – dichiara Genazzani – ora mi sto occupando di un filone di ricerca che riguarda l’emicrania, patologia molto diffusa con una prevalenza di circa il 20% della popolazione. Le classi terapeutiche in assoluto più utilizzate per questa malattia sono i triptani, ma oltre il 50% dei pazienti (soprattutto donne) non ottengono dal loro utilizzo il beneficio sperato. Noi abbiamo evidenziato dei polimorfismi che possono contribuire al fallimento terapeutico, ma stiamo ancora cercando di definire geneticamente la popolazione non responder”. In questo caso come dovrebbe muoversi la ricerca farmacologica?

Secondo il Professor Genazzani “in questo come in altre situazioni, una volta evidenziate le caratteristiche dei pazienti che, ad esempio, non rispondono ai triptani, i ricercatori, come ‘sartidovrebbero impostare nuovi trial clinici per dare vita a nuovi farmaci ‘su misura’, solo per i non responder. I pazienti a cui i triptani fanno effetto, hanno già la propria cura.”

Non bisogna, tuttavia, scordare che ‘personalizzare’ una terapia – conclude Genazzani – si può estrinsecare nel singolo genoma, ma anche in categorie più vaste: come ad esempio le donne e gli uomini. Noi sappiamo che i due generi rispondono differentemente alle terapie, anche se qui il gap è metodologico, perché la maggior parte degli studi clinici vengono eseguiti sugli uomini, nonostante i farmaci siano consumati in percentuale maggiore dalle donne. Per questo motivo, nella produzione di un farmaco, ci dovrebbe essere una maggior corrispondenza tra ricerca e pratica clinica”.

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