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Coronavirus: folle in metro o al parco? Burioni, ‘ecco come paura ci influenza’

Roma, 19 mar. (AdnKronos Salute) – “Pillole di psicologia per capire come l’emergenza Covid-19 influisce sui nostri comportamenti, a volte in maniera del tutto irrazionale”. Così il virologo Roberto Burioni introduce un focus sulla paura, pubblicato su ‘Medical Facts’. Se infatti la maggioranza degli italiani si è chiusa in casa, hanno colpito le immagini della metro o della Collinetta di Milano piene di gente. Capire “quali sono i nostri pensieri, le nostre emozioni e le nostre azioni, in una parola il nostro comportamento, in questo drammatico frangente nell’emergenza coronavirus – spiega Paolo Moderato, docente di psicologia dello Iulm di Milano – aiuta a prevedere i nostri comportamenti e a porre in essere procedure per modificarli, in funzione di un obiettivo condiviso: la salute dei singoli e della collettività”.

“Fra tutte le emozioni – sottolinea – la paura è quella che ha il maggior valore salvifico. Avere paura davanti a un pericolo salva la vita. L’Homo sapiens è arrivato fino a oggi perché le sue paure gli hanno consentito di sopravvivere. I temerari, gli intrepidi, gli audaci, così celebrati nella prosopopea eroica, e i curiosi, che pure sono importanti per lo sviluppo della cultura e della scienza, hanno meno probabilità di sopravvivere: Giordano Bruno e Marie Curie, in tempi e campi diversi, ne sono la prova. Il Covid-19 fa paura, com’è giusto che sia, visto che rappresenta una minaccia di dolore e di morte per buona parte dell’umanità. Ci aspetteremmo quindi comportamenti di difesa e di sopravvivenza in linea con la paura di una minaccia così forte. Eppure, abbiamo assistito a scene recenti incoerenti con il concetto di paura: la folla che passeggia spensierata sui Navigli a Milano, i giovani della movida e dello spritz a Napoli, le persone che si affollano sui treni in direzione Sud, mentre tutti scienziati e media battono e ribattono, e implorano, di stare a casa, che è il posto più sicuro”, ricorda l’esperto.

“La paura – evidenzia lo psicologo – funziona come deterrente salvifico se la minaccia viene percepita come tale. L’uomo della savana, se vede un leone che si aggira nei dintorni, sale su un albero, ben prima di chiedersi se è affamato o no. Non c’è bisogno di pensare, di valutare: la reazione è automatica, perché lo stimolo è fisico, è conosciuto, è percepito come pericoloso. Il coronavirus non possiede queste caratteristiche: non è fisico (ovviamente lo è, ma non lo si vede, quindi è come se non lo fosse), non è ben conosciuto, non è percepito come pericoloso. E’ definito un rischio emergente, quindi la sua percezione non è paragonabile a quella di altre situazioni note”.

“L’altro polo – prosegue Moderato – è rappresentato da chi percepisce lo stimolo, l’Homo sapiens 2020. A lungo si è pensato che questi fosse un essere razionale, capace di calcolare al meglio le probabilità di successo di una scelta rispetto a un’altra. La psicologia ha da tempo dimostrato, con dati molto robusti, che non è così. Siamo essere razionali sì, ma con limitazioni. Ci affidiamo a valutazioni approssimative, che si sono rivelate vantaggiose ed economiche in passato, a scorciatoie del pensiero, chiamate euristiche, a cui tutti ricorriamo in modo automatico e inconsapevole, per semplificare la complessità del mondo esterno e non rimanere paralizzati di fronte all’incertezza”.

“Gli stimoli non hanno lo stesso valore per tutti, naturalmente: la reazione dipende dal grado di familiarità, dalla storia passata, dal livello culturale di ciascuno (e sappiamo che la scolarità italiana e il 50% di quella media europea)”. Questo ci porta a parlare del terzo elemento dell’interazione, il contesto, “che può essere (ed è stato) molto tossico. Un rischio emergente porta con sé, inevitabilmente alcune condizioni di incertezza che ci spingono a cercare informazioni. Se queste mancano, o sono sottaciute, il rischio è di dare spazio allo sviluppo di pericolose teorie complottiste. Ne abbiamo avuti esempi da alcuni personaggi del sottobosco politico già noti per precedenti deliranti esternazioni antiscientifiche”.

Però c’è anche il rischio opposto, la ridondanza di informazioni e la loro dissonanza, una sorta di epidemia di informazioni non sempre attendibili, spesso contraddittorie, che hanno creato disorientamento. “Viviamo in un’epoca che mostra una forte intolleranza per gli esperti: espressioni come ‘i professoroni’, ‘uno vale uno’, la confusione di opinioni e fatti scientifici con la pretesa ‘democratica’ di conferire la stessa legittimità a entrambi, e di mettere a confronto in tv una soubrette e un professore universitario su un fatto medico (l’efficacia dei vaccini), ne sono la dimostrazione”, continua l’esperto.

Sono fattori “tossici – analizza ancora lo psicologo – che hanno intossicato la comunicazione e il rapporto con i cittadini, creando un contesto di irragionevolezza che ora ci indebolisce nella lotta contro l’epidemia. Se lo slogan ‘uno vale uno’ vale niente nella competenza scientifica, vale invece in questo frangente nella quotidianità: il comportamento di ciascuno fa la differenza, nel bene e nel male, nel diffondere sciaguratamente il virus o nel bloccarlo. Ciascuno di noi ha una responsabilità nel successo o nel fallimento delle strategie messe in atto per contrastare l’epidemia. Questo tema – conclude Moderato – dovrebbe essere messo molto in evidenza da media e politici”.

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