Medicina e chirurgia

Artrosi dell’anca: il futuro della cura, l’artroprotesi mininvasiva

L’artrosi dell’anca è una patologia molto diffusa, che aggravandosi può comportare una sintomatologia dolorosa anche invalidante. Quando sono compromesse le normali attività della vita quotidiana, il processo di cura può richiedere l’intervento chirurgico. Grazie all’AMIS (Anterior Minimally Invasive Surgery), l’operazione di inserimento della protesi d’anca comporta meno dolore postoperatorio, ridotte perdite ematiche, una mobilizzazione più rapida del paziente che dopo 3 o 4 giorni dall’intervento può già essere dimesso e iniziare la riabilitazione. Diverse sono le patologie a carico dell’anca: infiammatorie, infettive edegenerative. Tra queste una delle più diffuse è l’artrosi, anche detta coxartrosi, caratterizzata da progressiva degenerazione della cartilagine e conseguenti danni al tessuto osseo adiacente. Nei casi in cui si rende necessaria l’operazione chirurgica, la tecnica più innovativa di artroprotesi consiste nell’accesso anteriore diretto all’articolazione. L’AMIS (Anterior Minimally Invasive Surgery) permette al contempo di condurre un intervento mininvasivoagevolare il recupero postoperatorio del paziente e ridurre i costi di ospedalizzazione.

 In Lombardia, annualmente si contano tra i 100 e i 150 nuovi casi di artrosi dell’anca ogni 100.000 abitanti. La frequenza della patologia aumenta con l’età e anche il genere è un parametro importante, dato che il problema è spesso d’interesse femminile; più colpite sono infatti le donne anziane ma anche gli uomini sopra i 50 anni. Anche altri elementi possono incidere: il corredo genetico, fattori meccanici come il ginocchio valgo (che tende verso l’interno) e il ginocchio varo (che tende verso l’esterno), il sovrappeso, la debolezza muscolare, la compressione articolare, malformazioni congenite e acquisite in seguito a traumi.

 “Diagnosticata attraverso un esame radiografico, l’artrosi dell’anca viene trattata inizialmente con terapie mirate alla riduzione del dolore – aspetto fondamentale della malattia, tale da compromettere seriamente la qualità di vita dei pazienti – come farmaci analgesici, interventi fisiatrici e infiltrazioni di cortisonici e acido ialuronico, nelle fasi acute”, evidenzia Roberto Proverbio, Dirigente medico presso la Struttura Complessa di Ortopedia e Traumatologia dell’Azienda Ospedaliera Fatebenefratelli di Milano. “Può essere utile anche la riduzione del peso corporeo e l’impiego di ausili per diminuire il carico che grava sull’articolazione”. I trattamenti non chirurgici, tuttavia, servono solo a rallentare l’aggravarsi della patologia che, essendo di natura degenerativa, non è curabile farmacologicamente. “Quando il dolore diventa persistente – prosegue Proverbio – ma soprattutto quando la limitazione funzionale arriva ad essere invalidante, la soluzione sarà solo di tipo chirurgico. Prima di ricorrere alla protesi, un valido aiuto può venire dall’artroscopia che, permettendo di “guardare” all’interno dell’articolazione e di intervenire con un’incisione minima, può risolvere i problemi di compressione articolare e di danno alla cartilagine”.

 Per quanto riguarda l’intervento vero e proprio di artroprotesi, la metodica tradizionale prevede una via d’accesso che può essere posteriorepostero-laterale o laterale diretto; una volta raggiunta l’articolazione, il chirurgo asporta la testa femorale, esegue con un’opportuna strumentazione l’alloggiamento della protesi e procede alla chiusura rispettando, per quanto possibile, i piani anatomici.

Oggi la metodica AMIS (Anterior Minimally Invasive Surgery), con un’incisione di dimensioni ridotte, opera un accesso anteriore all’articolazione, che viene raggiunta direttamente, minimizzando il danno a tendini, vasi sanguigni e tessuto muscolareDiversi sono i vantaggi che ne conseguono: minore dolore postoperatorioinferiori perdite ematiche intra e postoperatorie, quindi ricorso meno frequente a trasfusioni, con conseguente riduzione di rischi e complicanzeA fronte di questi benefici, anche il percorso di riabilitazione ne risente positivamente: i pazienti possono lasciare il reparto dopo 3 o 4 giorni dall’operazione e iniziare il recupero funzionale che dura circa 2 settimane, anche se molti camminano senza appoggi già alla fine della prima settimana. Il recupero, comunque, è legato alla collaborazione del paziente; è perciò fondamentale che quest’ultimo comprenda il significato dell’intervento. Dato il rapido miglioramento deambulatorio e la minore ospedalizzazione che la tecnica AMIS permette di conseguire, rispetto alla metodica tradizionale, si evidenzia un vantaggio anche sul fronte dei costi generali dell’intervento, che risultato certamente ridotti”, conclude Proverbio.

 

 

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