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Animali: l’esperta, ‘compagni di vita ma occhio a sindrome da accumulo’

Roma, 2 gen. (Adnkronos Salute) – “Gli animali d’affezione possono essere compagni di vita ideali per l’uomo, che a sua volta può assicurare loro le risorse necessarie a sostentamento, cure e socializzazione. Il ‘meccanismo’ di una buona convivenza, però, si inceppa nei casi in cui il numero di animali detenuti in casa supera la capacità di gestione da parte del proprietario, sfociando in vero e proprio accumulo di animali”. A dirlo Paola Fossati (animalidacompagnia.it), che spiega: “Alcune persone confondono l’obiettivo di dare rifugio, ospitalità e protezione con l’esigenza di soddisfare il proprio bisogno di possedere animali e di controllarli. Questo bisogno rende secondarie le esigenze degli animali, finendo per incidere negativamente sul loro benessere e la loro salute”.

“L’impossibilità – sostiene – di garantire a tutti gli animali un trattamento adeguato, infatti, spesso associata proprio al sovraffollamento e al conseguente degrado delle condizioni igieniche ambientali, finisce per causare disagi e sofferenze. In molti casi, queste situazioni restano confinate all’interno di appartamenti o altro tipo di abitazioni, nelle quali non viene fatto entrare nessuno e dalle quali agli animali non è consentito di uscire. “Quando il peggioramento progressivo – continua Paola Fossati – dello stato sia degli animali sia dei luoghi arriva a produrre effetti di disturbo verso l’esterno, percepiti dai vicini, scattano le segnalazioni e i conseguenti accertamenti da parte delle autorità sanitarie. Così il problema emerge”.

“Gli odori e i rumori – dice – causati dagli animali nei contesti condominiali, quando superano la normale tollerabilità, sono considerati ‘immissioni’ e chiunque ne sia causa può essere chiamato a risponderne, obbligato a farli cessare e a risarcire eventuali danni (art. 844 c.c.). Qualora si riscontri che tali immissioni derivano dalla presenza di un grande numero di animali (a volte anche di più specie diverse), letteralmente accumulati in spazi abitativi inadeguati e, per questo, incompatibili con la loro natura ed etologia e causa di gravi sofferenze, il responsabile può essere denunciato per abbandono di animali”.

Il codice penale, infatti, precisa, “considera tale anche la detenzione di animali domestici nelle condizioni sopra descritte (art. 727 c.p.): la punizione è severa, può essere l’arresto fino a un anno o l’ammenda da 1.000 a 10.000 euro; inoltre, si rischia la confisca degli animali. Proprio di recente – ricorda – la Corte di Cassazione ha confermato la pena per abbandono a una donna, che deteneva 33 gatti in appartamento, in pessime condizioni igieniche e costringendoli a una vita assolutamente inadatta alle loro esigenze di felini domestici (sentenza n. 1510/2019). I gatti sono stati confiscati”.

“L’incapacità di una persona – osserva Paola Fossati – di accudire gli animali di cui si circonda, di tenerli puliti, di curarli e alimentarli adeguatamente è la causa del disagio e della sofferenza degli animali, ma anche il segnale di un profondo disagio della persona stessa”.

“Spesso, la perdita del controllo della situazione dipende dal fatto che non si riesce a percepirla come problematica. Questo, a sua volta, può derivare da disturbi psichici e comportamenti compulsivi. La legge punisce chi causa sofferenze agli animali, ma in questi casi la repressione penale non basta, se non si risolve anche il problema sociale”, conclude l’esperta.

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