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Alzheimer, con il “training” i pazienti migliorano dell’80%

La ricerca condotta a Pisa su 60 pazienti trattati per 7 mesi

pobraneCercare di scoprire se un intervento di ‘training’ cognitivo e fisico, che alterna un po’ di sport leggero a esercizi per la mente, possa essere efficace nel rallentare la demenza. E’ l’obiettivo del progetto ‘Train the Brain’ (‘Allena il cervello’) guidato dal neurofisiologo Lamberto Maffei, presidente dell’Accademia dei Lincei, che ha creato a Pisa il primo centro mondiale di prevenzione dell’Alzheimer.

Siamo stati dei pionieri, due anni fa, a partire con questa idea, che ora viene testata anche in altri Paesi”. Ma in Italia sono stati raggiunti già i primi risultati concreti: 60 pazienti trattati per 7 mesi e un miglioramento a livello cognitivo “in media dell’80%, con punte del 100%”. Si registra anche una riduzione della perdita di materia cerebrale dovuta all’invecchiamento.

Questa è una ricerca scientifica a tutti gli effetti – fa notare l’esperto all’Adnkronos Salute – siamo partiti due anni fa, ma per la preparazione molto prima. Abbiamo ottenuto quattro milioni di euro di finanziamento dalla Fondazione Cassa di risparmio di Pisa, che ha stretto una collaborazione con l’Istituto del Cnr della cittadina toscana e con le cliniche universitarie di cardiologia e neurologia. Il personale, che opera in una tensostruttura adiacente alla Cardiologia, è formato da medici, dottorandi, tecnici, psicologi, trainer che si occupano degli esercizi fisici”.

Ma ecco come funziona nella praticaTrain the Brain’: “Prima di tutto – racconta Maffei – vengono selezionati i pazienti: non trattiamo persone che hanno già l’Alzheimer, perchè a oggi sono incurabili, inutile illudersi. Arruoliamo dunque pazienti che cominciano ad avere disturbi cognitivi, e che al 60-70% si destinati a evolvere nella malattia. Ce li segnalano i medici di base, poi vengono sottoposti alle analisi (risonanza magnetica funzionale, esami del sangue), che vengono fatte prima, durante e dopo il percorso. Per ogni paziente la durata del progetto è 7 mesi e creiamo gruppi piccoli, di 10 persone, perchè vanno seguiti molto da vicino. In tutto abbiamo analizzato finora 1.000 potenziali soggetti e ne sono stati selezionati circa 106: circa uno su 10, dunque, risulta idoneo al nostro progetto”.

Sono “60 i pazienti che fino a oggi hanno seguito tutto il percorso di 7 mesi. Su di loro abbiamo applicato un protocollo che si basa prima di tutto su un principio di buon senso: una persona che rischia la demenza, che ha un’età minima di 65 anni, è una persona generalmente isolata. Dalla famiglia, dalla società, perchè non ha il telefonino, il computer, guarda solo la tv e in tanti casi non vede nemmeno i nipoti. Invece, il cervello ha bisogno di sollecitazioni, come i muscoli: altrimenti diventa flaccido. Il trucco che abbiamo pensato è: stimoliamolo. Questo tipo di approccio negli animali ha dato miglioramenti enormi. E allora abbiamo provato sull’uomo”.

L’obiettivo è dunque quello di riattivare il cervello “in maniera intensa, con sessioni 3 volte la settimana per tutta la mattina. I pazienti vengono presi in carico da un trainer che gli fa fare ginnastica, sotto l’osservazione di un cardiologo. Fanno un po’ di aerobica leggera, poi esercizi di ‘successo’ in cui il paziente all’inizio fallisce, però con un po’ di allenamento riesce. Poi passano nella stanza dello psicologo cognitivo per eseguire semplici esercizi: si inizia col parlare, raccontare la propria storia, si prosegue con piccoli test di memoria e giochi. In questo modo si forma fra loro una piccola società, in cui si divertono e dove vogliono ritornare. Si passa infine alla musicoterapia, in cui si può anche cantare e suonare. Niente farmaci, nessun trucco, solo stimolazione cerebrale fisiologica”.

E i risultati sembra proprio non tardino ad arrivare: “Attraverso verifiche con test cognitivi e risonanza magnetica funzionale – assicura Maffei – abbiamo accertato miglioramenti cognitivi notevoli e talvolta molto notevoli, così come miglioramenti a livello di sistema circolatorio cerebrale (accertato anch’esso con la risonanza magnetica) e del cuore. Molto dell’Alzheimer dipende dalla circolazione, perchè una persona anziana spesso subisce tanti piccoli ictus che non danno segnali esterni. Il miglioramento cognitivo minimo è stato del 40-50%, in alcuni casi del 100%, in media dell’80%. A livello circolatorio i miglioramenti sono stati variabili”, anche in funzione dello stato di salute di base del paziente.

La domanda ora è: “Quanto durano questi risultati? Almeno un anno – assicura il neurofisiologo – però ancora non sappiamo se dopo 2 anni peggiorano. Ma se rallentiamo l’arrivo della malattia di almeno 12 mesi, questo ha conseguenze positive enormi, anche a livello economico: si pensi che un malato di Alzheimer costa 50.000 euro l’anno” tra costi diretti (farmaci, analisi periodiche, risonanze, ricoveri in ospedali e case di cura attrezzate di solito molto costose, badanti) e costi indiretti, che si presentano nei casi in cui un parente moglie, marito o altri lasciano parzialmente o totalmente il lavoro per curare il loro caro spesso in aiuto di una badante, “e che in Italia oggi ci sono circa un milione di persone colpite da questa patologia. I conti sono presto fatti”. ‘Train the Brain’ ha vinto il Premio Eureka per l’innovazione scientifica, assegnato dal ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca e dall’associazione ‘Culture e Science’.

 

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