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Allarme nelle carceri: due detenuti su tre sono malati

carceri_originalLa popolazione detenuta in Italia, negli ultimi dieci anni, è cresciuta dell’80% con circa 199 istituti aperti che ospitano 53.498 reclusi. Le strutture, però, risultano essere sovraffollate (http://www.giustizia.it ), ed è proprio per questo che in molti casi si possono contrarre delle malattie. La maggior parte delle carceri, infatti, hanno dei tratti comuni, dal bagno alla cucina nello stesso locale, il cambio delle lenzuola ogni quindici giorni e il bagno alla turca o un water separati da un semplice muretto alto poco più di un metro.

Alcune di queste strutture appaiono come luoghi fatiscenti. Manca l’assistenza sanitaria giusta, e se c’è risulta essere scadente. Se ne è parlato al XVI Congresso Nazionale Simspe-Onlus l’Agorà Penitenziaria 2015 “Se il paziente è anche detenuto”, che in questi giorni si sta svolgendo a Cagliari, con la presenza di ben 250 specialisti. La Simpse http://www.sanitàpenitenziaria.org è  una onlus che tutela la salute dei detenuti, è una società scientifica a livello nazionale, elabora studi su questo tema e si occupa della formazione di infermieri, psicologi, medici. Attività formative e di coordinamento dell’operatività medica: vengono, ad esempio, stese le linee guida per chi è affetto da HIV, da virus epatitici o da malattie sessualmente trasmissibili. Chi deve capire i bisogni dei singoli sono proprio medici e infermieri, seconda categoria con cui i detenuti sono in contatto dopo gli agenti, che, pertanto, vanno preparati in maniera specifica.

Molti gli argomenti previsti: si parlerà di emergenze cardiologiche e di “Sex Offender”, tra punizione e risocializzazione, nonché di rischio clinico e responsabilità degli operatori sanitari penitenziari, di gestione dello stress e del malessere organizzativo in carcere. Il tradizionale appuntamento di approfondimento è stato organizzato e presieduto da Sergio Babudieri, Professore di Malattie Infettive all’Università di Sassari e Presidente Simpse.

Ed è proprio il prof. Babudieri a spiegare che “Il titolo “Se il Paziente è anche Detenuto” è già eloquente poiché si tratta di un richiamo per tutta la nostra categoria di medici, ma anche per infermieri, operatori sanitari, agenti di polizia penitenziaria che operano all’interno degli istituti penitenziari italiani, che deve ricordare che stiamo parlando di pazienti. Sono detenuti, ma in primo luogo sono dei pazienti. Stiamo parlando di 60mila persone giornalmente in carcere e di circa 100-110mila che sono transitate nel sistema penitenziario italiano nel corso di ogni anno”.

Secondo l’indagine presentata durante il congresso, almeno una patologia è presente nel 60-80% dei casi. Questo significa che almeno due persone su tre sono malate. Tra le malattie più frequenti, proprio quelle infettive, che interessano il 48% dei presenti. A seguire i disturbi psichiatrici (32%), le malattie osteoarticolari (17%), quelle cardiovascolari (16%), problemi metabolici (11%) e dermatologici (10%). Una situazione che, nonostante l’appello di cui l’associazione si è fatta portavoce negli ultimi anni, non ha sortito l’effetto sperato. Gli ultimi dati sulle epatiti, infatti, hanno rilevato la presenza di un malato di questa patologia ogni tre persone residenti in carcere. In calo i sieropositivi per Hiv.

“La Simit, Società Italiana Malattie Infettive e Tropicali – dichiara Massimo Andreoni, Professore di Malattie Infettive, Università di Roma “Tor Vergata” e Presidente SIMIT ritiene che le istituzioni nel mondo carcerario rappresentano una priorità. Recenti studi condotti in merito, infatti, dimostrano come la percentuale di detenuti con infezioni da virus epatitici, dal virus dell’AIDS e da tubercolosi sia rilevante. Inoltre, il periodo di detenzione può rappresentare un momento fondamentale sia per l’eventuale diagnosi d’infezioni non riconosciute sia per avviare cicli di terapia che permettano di guarire dall’infezione”.

L’Hiv rimane una delle malattie più pericolose, e circa l’80% dei carcerati ne è affetta; il tasso di trasmissione stimato dalle persone consapevoli si aggira tra l’1.7% e il 2.4% mentre quello dalle persone inconsapevoli raggiunge il 10%, quasi 6 volte superiore.

Secondo Roberto Monarca, presidente Simpse-Onlus, un recente studio ha dimostrato che i pazienti positivi all’hiv “sono trattati abbastanza bene all’interno delle carceri. Per impedire quello che in gergo viene definito come ciclo di carcerazione-uscita-reincarcerazione, bisogna intervenire garantendo la continuità terapeutica per il soggetto tornato libero”. Alberta Zulli

 


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