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Vaccini: Simpef, in Lombardia un pediatra famiglia su 3 li fa in studio

Roma, 12 giu. (AdnKronos Salute) – Oltre un terzo dei pediatri di famiglia lombardi ha l’abitudine di vaccinare nel proprio ambulatorio, sia nell’ambito di campagne pubbliche sia su richiesta dei genitori. Un’attività svolta per il 49% dal singolo pediatra e nel 51% dei casi in équipe tra pediatra, un altro medico o l’infermiere di studio. “Sono alcuni dati emersi, insieme all’esigenza per il futuro di accordi preventivamente dettagliati e condivisi tra Regione e pediatri di famiglia, da due ricerche presentate al Congresso ‘Adolescente: focus vaccini. Il pediatra in prima linea per il nuovo piano regionale’, che si è svolto a Milano nel weekend”, spiega Massimiliano Dozzi, consigliere Simpef, il Sindacato medici pediatri di famiglia.

Un incontro, “tra pediatri di famiglia, esperti del settore, decisori pubblici, tecnici di assessorato e aziende sanitarie – sottolinea Rinaldo Missaglia, segretario nazionale Simpef – che aveva l’obiettivo di confrontarsi sulle rispettive visioni di un problema di strettissima attualità. Ciò non solo perché di obbligo vaccinale o meno si discute quotidianamente nell’arena politica da ben oltre un anno o perché nel cosiddetto ‘contratto di governo’ è prevista una revisione della legge sull’obbligatorietà attualmente in vigore, ma soprattutto perché si tratta di una questione reale e sentita. Non passa giorno che non emergano dalle cronache casi, anche mortali, di malattie prevenibili con la vaccinazione”.

“I numeri che abbiamo presentato – evidenzia Missaglia – testimoniano due cose: primo, il pediatra di famiglia crede fermamente nel proprio ruolo di referente naturale dei genitori per la tutela sanitaria dei piccoli assistiti e nella sua ‘centralità’ per le strategie di prevenzione delle malattie trasmissibili. Sarebbe utile che tutti ne prendessero atto, anche perché sono le famiglie, con l’elevata soddisfazione che esprimono, a chiederlo; secondo, la rete dei pediatri di famiglia lombardi si dimostra reattiva e pronta a questo compito”.

L’impegno a “sostenere l’implementazione dei programmi vaccinali in base alle indicazioni regionali e in stretto raccordo con le aziende socio-sanitarie territoriali, i pediatri di famiglia, i medici di medicina generale” è garantito da Marino Faccini, responsabile del servizio profilassi malattie infettive e vaccinazioni dell’Ats Milano. “I risultati raggiunti in termini di recupero delle coperture vaccinali – riferisce – rappresentano un valore da mantenere e potenziare grazie al lavoro di rete di tutti gli attori del sistema vaccinale”.

L’evento è stato anche l’occasione per fare il punto sulle novità in tema di vaccinazioni nell’adolescente e nel giovane adulto, in particolare per quanto riguarda la vaccinazione anti-meningococcica e quella contro l’Hpv. “Gli adolescenti rappresentano un gruppo di persone che, per relazioni sociali, sessuali, sport e scuola, è particolarmente a rischio nei confronti di infezioni gravi come quelle causate dai meningococchi e dal Papillomavirus – avverte Silvia Ricci, immunologia ppediatrica dell’ospedale Meyer di Firenze – La cosa più importante è continuare a studiare con le giuste metodiche di laboratorio i microrganismi, in particolare i meningococchi, perché questi cambiano, si ‘baciano’ frequentemente – forse tanto quanto gli adolescenti – e si passano pezzetti genici strategici che aumentano la loro virulenza e quindi la loro pericolosità”.

Poiché la prevenzione “si incardina in un’età quale quella adolescenziale, che rischia di risultare nell’organizzazione del sistema sanitario attuale un abitante la ‘terra di nessuno’ – è la ‘ricetta’ conclusiva di Missaglia – sarebbe necessaria l’estensione dell’età di competenza della pediatria di libera scelta fino alla maggiore età. Inoltre, occorrerebbe che le competenti direzioni generali delle Regioni tornassero a essere attente all’ascolto di chi conosce la realtà assistenziale pediatrica e considerassero i loro rappresentanti un valido supporto all’efficientamento del sistema. Infine bisogna investire, non solo economicamente, nell’organizzazione dell’attività del pediatra di famiglia, che non può prescindere prioritariamente dalla messa a regime del servizio di supporto del personale amministrativo o infermieristico negli studi”.

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