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Ebola: Save the Children, in Congo quasi 100 bimbi morti, urgono misure

Milano, 11 feb. (AdnKronos Salute) – La Repubblica Democratica del Congo sta affrontando da agosto “la seconda più grave epidemia di Ebola nella storia”. Negli ultimi 6 mesi almeno 785 persone sono state ritenute infette dal virus (731 casi confermati), di cui 484 sono morte. Tra queste, il 60% sono donne e 97 sono bambini: quasi cento, di cui più della metà (65) di età inferiore ai 5 anni. E’ il bilancio diffuso da Save the Children, secondo cui “il numero delle vittime potrebbe aumentare perché c’è stato un incremento di nuovi casi a gennaio, da circa 20 a settimana a più di 40”. Solo “nelle ultime 3 settimane” del mese scorso “ci sono stati circa 120 nuovi casi”. Inoltre, “l’insicurezza e la violenza nell’est del Paese, unite al clima di paura che si è diffuso in alcune comunità, rendono difficile contenere l’epidemia”.

“Siamo a un bivio – avverte Heather Kerr, direttrice di Save the Children nella Repubblica Democratica del Congo – Se non adottiamo misure urgenti per contenerla, l’epidemia potrebbe durare altri 6 mesi, se non tutto l’anno. La Rdc è un Paese che soffre di violenze e conflitti e di una gravissima carestia: circa 4,6 milioni di bambini sono gravemente malnutriti. Le preoccupazioni principali per molte persone sono la sicurezza e assicurarsi che abbiano abbastanza da mangiare. Ma anche l’Ebola deve essere una priorità. E’ essenziale curare le persone infette – sottolinea – ma allo stesso tempo è importante lavorare per impedire che l’Ebola si diffonda ulteriormente. Per questo siamo chiamati ad aumentare i nostri sforzi per raggiungere i giovani e i leader all’interno delle comunità in modo da sensibilizzare il più possibile la popolazione, che spesso non è pienamente consapevole dei rischi legati al virus, e creare un clima fiducia attorno agli operatori umanitari che spesso devono operare in contesti di sicurezza precaria”.

“Un ragazzo mi ha detto che i suoi genitori non parlavano mai del virus a casa – racconta Marie-Claire Mbombo, esperta di protezione dell’infanzia di Save the Children – Era un tabù e questo contribuiva a spaventarlo ulteriormente. Ma grazie alle informazioni ricevute in seguito all’organizzazione di una diffusa campagna di sensibilizzazione, hanno iniziato a parlarne e ora che sanno come evitarlo fa meno paura”.

“A causa del virus – riferisce ancora Mbombo – molti bambini sono rimasti orfani e altri si ritrovano da soli, perché i loro genitori sono in ospedale oppure lavorano nei campi. Questi bimbi sono particolarmente vulnerabili perché sono a maggior rischio di abusi sessuali o di esseri costretti a lavorare. Per questo siamo impegnati non soltanto nel sostegno ai genitori e alle comunità su come prevenire la malattia, ma anche su come garantire la protezione e la sicurezza dei bambini”.

Nell’ambito dei suoi interventi per lottare contro la diffusione dell’epidemia di Ebola, ricorda una nota, Save the Children ha attivato i propri team di emergenza che sono attualmente impegnati nella formazione di operatori sanitari locali. L’organizzazione inoltre è impegnata nelle attività di sensibilizzazione delle comunità locali nelle aree rurali, e in particolare nella regione di Beni, la più colpita dall’epidemia, dove vengono anche formati i leader comunitari, con l’obiettivo di renderli in grado di riconoscere i primi sintomi della malattia e individuare le persone che potrebbero essere venute a contatto con il virus. Un lavoro di sensibilizzazione che viene condotto anche nei centri sanitari, 42 dei quali si trovano vicino a Goma, la più grande città dell’area, per evitare che il virus possa raggiungere questo importante agglomerato urbano.

Finora Save the Children ha già raggiunto quasi 400 mila persone con azioni di sensibilizzazione e prevenzione. Per contrastare il rischio che l’epidemia possa diffondersi anche oltre il confine con l’Uganda, dove ogni giorno continuano a confluire rifugiati in fuga dalla Repubblica Democratica del Congo, l’organizzazione interviene infine con attività di formazione che hanno già raggiunto più di mille operatori sanitari, volontari, insegnanti e team nei villaggi in Uganda.

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