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Batteri spaziali sotto la lente

Milano, 23 nov. (AdnKronos Salute) – I microbi abitano anche fra le stelle. Cinque ceppi di enterobatteri simili a 3 nuovi superbug resistenti agli antibiotici che allarmano le strutture ospedaliere di diverse aree del mondo sono stati individuati a bordo della Stazione spaziale internazionale Iss. Li hanno analizzati i ricercatori del Jet Propulsion Laboratory attivo presso il California Insitute of Technology, autori di uno studio pubblicato sulla rivista open access ‘Bmc Microbiology’. Benché i germi trovati nello spazio non siano infettivi per l’uomo, secondo gli scienziati è il caso di approfondirne l’esistenza e le caratteristiche in modo da evitare possibili implicazioni sulla salute degli astronauti protagonisti di future missioni.

I 5 ceppi di ‘enterobatteri spaziali’ sono stati isolati fra toilette e piattaforma di allenamento dell’Iss nel marzo del 2015, nell’ambito di un progetto più ampio volto a esaminare le comunità microbiche che allignano all’interno della Stazione spaziale. Per identificare le specie di enterobatteri raccolti sull’Iss e descrivere nel dettaglio la composizione genetica dei singoli ceppi, i ricercatori hanno confrontato quelli trovati nella stazione-laboratorio con tutti i genomi disponibili di 1.291 ceppi enterobatterici reperiti sulla Terra.

“Per capire quali specie batteriche erano presenti sull’Iss abbiamo utilizzato diversi metodi di caratterizzazione genetica – spiega Kasthuri Venkateswaran, ricercatore senior del centro californiano e autore corrispondente del lavoro – Abbiamo così osservato che i genomi dei 5 ceppi di enterobatteri della Stazione spaziale internazionale erano geneticamente più simili a 3 ceppi recentemente scoperti sulla Terra, appartenenti a una specie denominata Enterobacter bugandensis e riconosciuta come causa di infezioni che hanno colpito neonati e un paziente grave in 3 ospedali fra Africa orientale e Usa (Stato di Washington e Colorado)”.

Gli studiosi si sono concentrati in particolare sull’analisi di elementi come l’antimicrobico-resistenza, provando a vedere se i ‘germi spaziali’ avessero profili genetici simili a quelli di noti superbatteri multiresistenti agli antibiotici e per individuare i geni correlati alla loro capacità infettiva. Le indagini hanno indicato che i 5 ceppi di enterobatteri isolati sull’Iss avevano caratteristiche potenziali di resistenza antimicrobica simili a quelle dei 3 ceppi terrestri, e che presentavano 112 geni coinvolti in meccanismi di virulenza, patogenicità e difesa. E benché di fatto gli ‘Iss E. bugandiensis’ (così gli autori hanno chiamato i ceppi rinvenuti nella Stazione spaziale internazionale) non risultassero in grado di causare malattia nell’uomo, le analisi condotte al computer hanno permesso di calcolare una probabilità del 79% che almeno in teoria potessero farlo.

“Considerati i risultati di resistenza multi-farmaco ottenuti per i genomi degli Iss E. bugandensis e l’aumentato potenziale patogeno identificato – afferma Nitin Singh, primo autore della pubblicazione – queste specie ci mettono di fronte all’opportunità di fare considerazioni importanti sui potenziali rischi sanitari delle future missioni spaziali”. Per lo scienziato è essenziale ribadire che “i ceppi trovati sull’Iss non erano virulenti, quindi non rappresentavano una minaccia attiva per la salute umana”. Tuttavia sono “qualcosa da monitorare”.

“La capacità di un patogeno opportunista come E. bugandensis di causare malattia, e quanto questo batterio rappresenti una minaccia, dipende da una varietà di fattori inclusi quelli ambientali – precisa Venkateswaran – Ulteriori studi in vivo sono necessari per comprendere l’impatto che le condizioni di vita sull’Iss, come la microgravità e altri elementi legati al contesto spaziale e alla navicella, possono avere sulla patogenicità e sulla virulenza dei batteri” compagni di viaggio degli astronauti.

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